Napoli,
vicereame spagnolo
di Franco Celentano

Tomba
di Don Pedro
Il
periodo di Napoli capitale ebbe termine non per demerito degli
amatissimi sovrani, ma a seguito di complicate vicende politiche che
videro l’una contro l’altra armate Francia e Spagna.
La
contesa, dopo alterne vicende, si concluse con la vittoria della
Spagna che ebbe la meglio sulla Francia e si aggiudicò la posta in
palio, comprendente, tra l’altro, Napoli, che fu così
assoggettata agli spagnoli.
Ebbe
in tal modo inizio un lungo periodo che, cominciato malissimo, si
dimostrò, a conti fatti, meno dannoso di quanto si temesse.
Ovviamente
i primi contatti con i nuovi dominatori non furono facili perché
gli spagnoli entrarono in città, con tracotanza, con violenza e con
il progetto, chiaramente espresso, di arrivarvi nudi e di partirsene
vestiti di sete e d’oro come già avevano fatto a discapito delle
antiche civiltà del nuovo continente.
Nei
riguardi dei nuovi sudditi, almeno inizialmente, non fu fatta
nessuna concessione, anzi fu inaugurata l’abitudine alle
vessazioni ed al turpiloquio.
La
situazione, quindi, si deteriorò rapidamente e sarebbe degenerata
in una sanguinosa rivolta senza il provvidenziale cambio avvenuto al
vertice del vicereame ove fu imposto don Pedro Alvarez de Toledo,
uomo di talento ed ottimo politico, che riuscì a mantenere
la carica con soddisfazione della Spagna e vantaggio di Napoli.
Uno
dei primi provvedimenti adottati dal nuovo viceré fu la
sistemazione edilizia della città, divenuta indispensabile a causa
del gran numero di persone che, convenendovi dalla campagna, aveva
portato il numero degli abitanti a 400.000 unità, cifra enorme per
quei tempi.
Questa
gran massa di popolo minuto, spinto dal bisogno, abbandonava i
quartieri periferici e si riversava in quelli gentilizi per
praticarvi piccoli commerci che li aiutavano a sopravvivere.
Don
Pedro de Toledo provvide ad allargare le strade ed a pavimentarle e,
con un provvedimento molto coraggioso, fece abbattere casette e
tuguri creando una
larga e magnifica via che dalla marina arrivava sino ai quartieri
alti.
Tale
via, che si chiamò Via Toledo, dal nome del suo ideatore, è ancora
oggi una delle principali arterie della città e divenne il punto di
ritrovo della popolazione che vi si riversava rendendola, come fu
scritto da più parti, una delle più gaie strade d'Europa.
Per
garantire l’ordine e la sicurezza, il viceré provvide, inoltre, a
far acquartierare i soldati spagnoli nella parte collinosa situata a
monte di essa che, per tale motivo, è ancor oggi conosciuta, nella
toponomastica popolare, come “i quartieri spagnoli”.
L’opera
di risanamento urbano continuò con l’allargamento della città,
la costruzione d’altre strade ed il miglioramento delle
comunicazioni.
Il
naturale sfarzo spagnolo, inoltre, che ben si coniugava con il
Rinascimento trionfante, attivò una sorta di gara tra i dominatori
ed i notabili del luogo che presero ad arricchire le strade di nuovi
palazzi, sfarzosi e più confacenti alle migliori condizioni di vita
che si andavano affermando.
Diede
l’esempio lo stesso viceré, abbandonando il vecchio castello
aragonese ed iniziando i lavori per un nuovo palazzo reale, seguito
ed imitato dai di Capua, i
Gravina, gli Orsini, i d’Avalos e dagli ordini religiosi che si
diedero a fondare e rimodernare chiese e conventi che, in breve
tempo, si moltiplicarono.
A
Napoli furono rappresentati ed onorati tutti gli ordini religiosi:
Domenicani, Francescani, Domenicani, Gesuiti,
Carmelitani, Barnabiti, Scolopi, Benedettini, Olivetani,
Filippini, Alcantarini, Pii operai.
Ne
ho scordato qualcuno?
Chi
avesse guardato dall'alto del colle di San Martino, avrebbe visto
una selva di cupole e di campanili.
Questi
conventi e monasteri acquistarono, poco a poco, una parte
predominante anche nell’economia della città perché in essi
ebbero inizio diversi commerci che prosperarono rapidamente in virtù
delle tante esenzioni fiscali delle quali il viceré spagnolo era
prodigo nei riguardi delle comunità ecclesiastiche.
Ogni
ordine ebbe una sua specializzazione, di modo che alcuni
commerciavano in vini, liquori ed essenze ed altri trafficavano in
lavori d’oreficeria, lavorando quegli argenti che la pietà
popolare donava per impetrare grazie o per dimostrare gratitudine ai
Santi per grazia ricevuta.
Le
monache, dal canto loro, divennero le depositarie del commercio dei
dolciumi e di quelle specialità gastronomiche per le quali Napoli
andava, ed é, celebre nell'Italia meridionale.
Nella
chiesa di Donnaromita era possibile acquistare le foglie di rosa
candite, in Santa Caterina da Siena tagliolini più fini dei
capelli, in San Potito la tipica torta pasqualina detta “casatiello”,
e poi cioccolatini, sciroppi, pan di Spagna, e via dicendo, di una
varietà e di una eccellenza la cui fama e tradizione è pervenuta
sino a noi.
Ma
anche il resto dell'alimentazione era eccellente: i viaggiatori
stranieri trovavano che in Napoli si mangiava meglio che altrove,
non solo per le squisitezze citate, ma anche per la gran varietà di
pesci, di volatili, pollame, selvaggina d’ogni genere, di frutta,
di verdura, di paste alimentari e di salse.
La
presenza di molti viaggiatori stranieri, che giungevano a Napoli per
ragioni di commercio o per visitare la città, della quale correva
la fama in Europa, provocò il sorgere di alberghi e di alberghetti,
nei quali i forestieri trovavano alloggio decoroso e divertente.
Per
la tutela dei turisti e dei commercianti, che già allora erano
considerati portatori di ricchezza, vigilava la giustizia dei viceré
che operavano, direttamente o indirettamente, severissimi controlli.
Però
è facile immaginare che mercanti disonesti
ve n’erano, nonostante l'oculatezza delle alte autorità,
le quali vigilavano attentamente contro i ladri ed in genere contro
tutti coloro che disturbavano la pacifica vita dei cittadini.
Nonostante
tale attenzione, tuttavia, abbondavano malfattori e disonesti e, tra
questi, i più molesti erano proprio i
soldati di guarnigione in Napoli i quali, per vezzo militaresco
o per insita arroganza, arrotondavano i loro proventi con vere e
proprie ladronerie che divennero in breve una grossa piaga per la
città.
Questi
soldati, in effetti, chiedevano l'elemosina ai cittadini, ma la
domandavano con un cipiglio ed un atteggiamento tale da ricordare,
più che il reduce di molte battaglie, il ladrone di strada maestra.
Il passeggero che si fosse attardato di notte per le vie di Napoli
correva il rischio di essere assassinato, depredato, o, per lo meno,
capeado,
come dicevano gli spagnoli, vale a dire derubato della cappa,
e qualche volta anche di tutti i vestiti.
Con
che non si vuole escludere la presenza di molti indigeni fra questi capeadores,
o, come, con elegante perifrasi latina vennero chiamati
quando don Pedro de Toledo
emanò severe ordinanze contro di loro, “manticularii
nocturni pallia furentes”.
I
delinquenti spagnoli furono, infatti, ben presto imitati da numerosi
nativi che furono denominati “camorristi”,
così detti dalla “camorra”, una bisca sorta a poca distanza
dalla reggia che l'architetto Fontana stava erigendo.
E’
questa l’origine di una delle piaghe più purulente della città e
del meridione, che tanta parte ha avuto nel frenare iniziative
imprenditoriali o attività che potessero evidenziare opulenza o
ricchezza.
Le
autorità procedettero contro questi banditi con decisione e con
violenza utilizzando spesso il patibolo, ma non fu cosa facile
estirpare la piaga di questi delinquenti, chiamati dai napoletani
“abati di mezza sottana”.
Tale
soprannome derivò da una specie di uniforme adottata dai rapinatori
notturni per ingannare le vittime consistente in una mezza sottana
nera, detta “tabano”,
con collare da prete e un ferraiolo utilizzato per celare le armi.
L’aspetto
ecclesiastico che i ladroni assumevano rendeva perplesse le vittime
e, molte volte, gli stessi gendarmi dando ai masnadieri un
indiscusso vantaggio.
Ovviamente,
in omaggio agli occupanti, a Napoli trionfò la moda di Spagna che
fu adottata in toto,
anche quando imponeva usanze ridicole, come quella dei copricapo di
paglia piccoli, ricoperti di taffettà per
lo più nero, che furono largamente adottati dalla classe curialesca
napoletana, tanto che ancora oggi, dopo alcuni secoli, gli avvocati
a Napoli vengono chiamati pagliette.
Trionfò
l’ostentazione, spesso pacchiana: per la città si
aggiravano signori sgargiantemente vestiti, in tunica e con
fibbie d'oro sulle scarpe, incrostate da, a maggiore sfarzo, di
autentici diamanti mentre le dame erano adorne, dal capo ai piedi,
di gioielli, vestite di seta, merletti e velluti.
Quando
giunse dalla Francia l'uso delle parrucche, si videro per la città
spagnoli e napoletani a gara inalberarne di enormi, di tutte le
tinte e di tutte le fogge, brune, che impavidamente
gli eleganti sopportavano sulla testa anche quando il caldo
delle estati napoletane le rendeva insopportabili.
Se
queste erano innocenti mode, ben più pericolosa e cruenta fu
l'altra, anche se seguita in ossequio ai tempi ed ai nuovi
dominanti, dei duelli.
Nella
Napoli spagnola si esasperò la triste usanza, diffusa in tutte le
grandi città d’Europa, di provocarsi a vicenda e porre mano alle
armi per qualsiasi piccola divergenza e la smania di duellare
divenne una piaga.
Come
splendidamente racconta Manzoni nei Promessi sposi riferendosi alla
città di Milano, questi scontri degeneravano spesso in veri e
propri combattimenti stradali tra una fazione e l'altra e le strade
delle città venivano insanguinate dalle ferite di questi
scriteriati “gentiluomini”.
Inutili
furono bandi e minacce e neppure ebbe risultati concreti la pena di
morte per i duellanti.
Fu
solo nel 1673 che 369 cavalieri napoletani
firmarono una dichiarazione con la quale si obbligarono, con
giuramento, ad abbandonare la stupida moda che, finalmente, fu
ripudiata.
Naturalmente
a questi eccessi erano assolutamente estranei popolino e ceto medio,
che guardavano alla nobiltà con malcelata disistima ed astio anche
se traevano profitto dalla loro ostentazione di ricchezza.
Nel
1600 vivevano in Napoli non meno di 800 famiglie nobili, con non
meno di seimila vassalli al loro servizio.
Ovviamente
non tutti i ricchi avevano le stesse virtù o erano corrotti dagli
stessi vizi: accanto ai gaudenti, il popolo riconosceva molti buoni
aristocratici, zelanti del pubblico bene, che questionavano con il
viceré in persona, a vantaggio della parte più misera della
cittadinanza.
La
società dell’epoca andò “divaricandosi”
creando le premesse di una spaccatura verticale tra le classi
sociali che è evidente ancora oggi.
Nel
popolo, infatti, figuravano bottegai, commercianti, trafficanti
che, pur essendo considerati “gente
bassa”, erano persone che vivevano una vita materialmente
agiata, ma accanto a questi mercanti, a questi artigiani, a questi
piccoli, ma abili speculatori, che sapevano opportunamente sfruttare
tutti gli ordinamenti finanziari ed amministrativi del nuovo
governo, ogni giorno più cresceva una folla di umilissima gente,
vittima della fame, della miseria e della prepotenza, che doveva
inventarsi ogni mattina un modo nuovo per sopravvivere e che
imputava tale miserando stato più alla nobiltà locale che agli
spagnoli.
In
realtà gli obiettivi di popolino e nobiltà erano del tutto
inconciliabili perché, se il primo lottava per l’abolizione di
qualche gabella, i nobili si agitavano per futilità come ottenere
il privilegio di restare a capo coperto alla presenza del re o perché
venisse confermato alla città l’appellativo di “fedelissima”.
Popolino
e nobiltà avevano esigenze inconciliabili perché la plebe
costatava che la miseria attanagliava essa solo e non i signori ed
imputava ai gentiluomini di farsi corrompere dai viceré e di votare
gabelle che rendevano ancora più difficile, la loro già grama
esistenza.
Fortunatamente,
popolo e nobiltà si trovarono d'accordo nel respingere
l'imposizione del Tribunale dell'Inquisizione spagnola che, infatti,
in Napoli non venne mai ammesso.
Frequenti
erano i tumulti, derivati sempre dall'applicazione
di una tassa o di una gabella, ma il popolo non inveiva contro la
Spagna, ma contro i nobili.
Il
più grave di questi tumulti, che fece passare alla storia il nome
di Tommaso Aniello di Amalfi, Masaniello, ebbe origine non per fini
patriottici, ma unicamente per protesta contro una gabella sulla
frutta che colpiva principalmente gli umili, per i quali la frutta,
e in genere i prodotti della terra, rappresentavano uno dei maggiori
sostentamenti di vita.
Alla
rivolta capeggiata da questo personaggio, istigato da un vecchio
sacerdote, Don Giulio Genoino,
partecipò di straforo qualche nobile ed anche la Francia,
con il duca di Guisa, tentò di riaffacciarsi nel regno con la
speranza di riconquistarlo, ma si può tranquillamente affermare che
questa sovrastruttura politica esulava dalle intenzioni del
popolino, che desiderava solo essere aiutato a tirare innanzi
un'esistenza assai modesta.
Però,
attraverso alti e bassi ed inevitabili contrasti, gli spagnoli
andavano sempre più amalgamandosi con i napoletani che scherzavano
sulle usanze spagnole, ma le assimilavano.
In
breve spagnoleria o napoletaneria,
o spagnolismo e napoletanità,
divennero sinonimi per gli Italiani.
A
Napoli, come in Spagna, si baciavano galantemente le mani alle
donne, i napoletani, al pari degli spagnoli, avevano adottato la
foggia delle grandi vanterie o delle bugie pittoresche.
Gli
spagnoli insegnarono ai napoletani, in verità senza troppa fatica,
le smancerie amorose, le musiche, i balli, l'amore per le feste. I
Partenopei, inoltre, seguivano appassionatamente le compagnie
girovaghe dei comici i quali, quando non si fermavano nelle case
dei nobili o in qualche teatro, si esibivano nelle piazze.
Nacque
in quell’epoca, ed in quel contesto, la maschera di Pulcinella che
doveva, in seguito, diventare il simbolo del napoletano affettuoso,
arguto e filosofo.
L'usanza
spagnola del “don”
innanzi al nome che, nel resto dell'Italia, anche in quelle parti
soggette alla corona di Spagna, non fu mai seguita, venne accolta in
tutti i ceti della popolazione napoletana, specie nei più umili
che, a distanza di secoli, ancora l'adoperano, sia pure come forma
di rispetto e di benevolenza verso persone di età matura. E in
Napoli tutti accettarono, con gioia, gli appellativi di “signore”,
di “signora”, di
“eccellenza” e di
“reverendo”.
L’enfatico
“bacio le mani” o “baciamo
le mani a vossignoria” vide in quell’epoca i propri natali.
Gli
anni del vicereame passarono in questa alternativa di feste e di
tumulti, di osanna e di crucifige.
Napoli
si
era adattata, e bene, agli spagnoli e gli spagnoli, inflessibili
con altri popoli dominati, avevano compreso che con i napoletani era
inutile la maniera forte.
I
conquistatori avevano, come detto in precedenza, rinunciato
all'istituzione del Tribunale, inviso al popolo ed alla nobiltà ed
i napoletani, sia pure con riluttanza, mandavano a Madrid le
ingenti somme che con grottesca ironia, erano denominate “donativi”.
Perfino
Carlo V fu bene accolto nella sua breve apparizione a Napoli, anche
se fiorirono gli aneddoti e le bonarie storielle sulle sue sembianze
deformi, chiaramente in contrasto con l’immagine che il popolo
aveva associato a colui che era il dominatore dell'Europa,
cioè del mondo.
Evidente
compiacimento provocava il prevalere degli artisti napoletani sui
pittori e scultori di altre parti d'Italia che, con gli Aragonesi,
s'erano stanziati nel regno, e destavano legittimo orgoglio le tante
opere d'arte che venivano ad abbellire la città.
Fiorirono
le arti e molti tra i più grandi artisti oggi ricordati si imposero
in quegli anni.
Tra
i pittori, Bernardo Cavallino,
Francesco Fracanzano, Salvator Rosa, e
tra gli scultori Michelangelo Naccherino,
Girolamo Santacroce, Annibale Caccavello, Giovanni da Nola,
ed altri.
Anche
Cosimo Fanzago, che diede una sua precisa fisionomia al barocco
napoletano, fu apprezzato dai napoletani che non diedero molta
importanza alla sua origine bergamasca.
In
quegli anni furono fondati i primi “banchi”,
sorti ad imitazione di
quelli fiorentini e la loro nascita, favorita dai viceré, contribuì
in maniera notevole allo sviluppo dell’economia napoletana ed al
sempre maggiore sviluppo del commercio e dell'industria.
Gran
merito dei viceré fu l’impulso dato alla cultura dato dalla
gloriosa Università, riaperta non appena Ferdinando il Cattolico
aveva preso possesso del regno e potenziata successivamente in
special modo da Lemos e Villena.
E’
di questo periodo l'istituzione di un “Rettore”
dell'Università che il viceré in persona sceglieva tra vari nomi
di studenti, non di insegnanti, propostigli dal “Cappellano
Maggiore”, cui era affidata l'alta direzione degli studi.
Lo
studente così nominato, provvisto di un annuo stipendio di 15
ducati, aveva l'obbligo di curare che i suoi condiscepoli
serbassero, per quanto possibile, quella condotta discreta ed
onorata più volte richiesta dai numerosi bandi vicereali.
In
quegli anni, ed in quella Università, si impose l'insegnamento di
Giovan Battista Vico, che
asceso alla cattedra di Retorica nel 1699, destò l’ammirazione ed
il rispetto di tutta l’Europa con i suoi libri e con il suo
insegnamento producendo, inoltre, scolari come Ferdinando Galiani,
Antonio Broggia, Antonio Genovese che diedero lustro al secolo
successivo.
Agorà
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