Napoli Bizantina

a cura di Franco Celentano

 

Le grandi incursioni barbariche, che avevano arrecato morte e distruzione nel Nord dell'Italia, persero buona parte del loro vigore e della loro virulenza mano a mano che si spostavano verso il Sud, giungendo oramai esauste alle porte di Napoli alla quale non arrecarono grandi danni.

Nella divisione, quindi, dell'impero romano d’occidente, Napoli rimase fedele all’impero d'Oriente al quale rimase legata, a volte effettivamente, a volte solo esteriormente, per altri settecento anni.

In effetti, i Goti, dopo non poche traversie, riuscirono ad occuparla, ma per breve periodo, non arrecando grandi danni, anzi favorendo il rispetto per l’antica cultura, custodita gelosamente in chiese e conventi, primo tra tutti quello dei monaci basiliani,  sorto nell'isoletta di Megaride, a pochi metri dalla riva, dove Lucullo aveva costruito la sua splendida villa.

L’occupazione ebbe però breve durata il quanto il grande generale Belisario, reduce dalla vittoriosa campagna di Sicilia, intuita la poca consistenza delle forze occupanti la città, decise di riconquistarla al suo imperatore Giustiniano riuscendo nell’impresa.

A tale riguardo, è istruttivo quanto afferma il contemporaneo Procopio di Cesarea che, raccontando la riconquista della città, osserva indignato che le truppe bizantine adottarono nei riguardi non soltanto dei goti, ma anche della popolazione, un comportamento barbaro e feroce dimenticando che i napoletani erano stati le vittime di quella invasione e che avevano conservato in fondo all'animo la devozione per il lontano imperatore d'Oriente.

I “liberati” non compresero il motivi di tale indegno trattamento e, avendo memoria lunga, quando, sei anni dopo, il re goto Totila decise di riconquistare la città, parteggiarono apertamente per lui sperando in un trattamento più umano e in una amministrazione più giusta di quella imposta dagli uomini del loro legittimo sovrano.

I fatti dettero loro ragione perché quando il re goto, dopo mesi di durissimi combattimenti, riuscì ad entrare in Napoli, fu umanissimo e nella sua generosità non volle nemmeno colpire eccessiva­mente i prigionieri bizantini.

Commise, però l’errore di far abbattere le grandi e forti mura che avevano ostacolato la sua vittoria agendo, inconsapevolmente, contro il suo successore Teja.

Questi, infatti, fu sconfitto e trovò la morte nella battaglia combattuta contro i bizantini alle falde del Vesuvio ed i vincitori non trovarono alcuna opposizione quando, nel 553, rientrarono in Napoli, città oramai priva di difese.

Questa volta i naturali signori della città non commisero gli errori della volta precedente e provvidero a rimetterla in sesto. Cominciarono col favorire l'immigrazione dall'Oriente di Greci che ritrovarono  la propria cultura che, nonostante i secoli trascorsi, faceva ancora parte delle radici di quella che Tacito aveva definito la più greca città dell’impero romano.

Napoli adottò ordinamenti ed abitudini bizantine. Da Costantinopoli importò un giudice come supremo magistrato, un maestro delle armi o duca, destinato alla sua difesa e, dulcis in fundo, il Corpus Juris Iustinianei. Ad ostacolare tale processo di assimilazione provvide il vescovo, contro il quale, in verità, i dominatori non lottarono, forse convinti che prima o poi, sarebbe divenuto un devoto esecutore degli ordini imperiali.

Convinzione che non teneva in debito conto la potenza del papa di Roma, le sue aspirazioni al domi­nio della città e l'ossequio che il vescovo gli doveva.

Ma la nuova ordinata vita della città fu brutalmente interrotta dalla minaccia longobarda che, giun­ta dal Nord, aveva dilagato per la Penisola, aveva superato Napoli e si era attestata a Benevento e a Salerno tendendo, logicamente, alla conquista di Napoli, il più importante sbocco a mare e la più illustre terra dell'Italia meridionale.

Ma la furia longobarda si infranse sotto le ricostruite mura della metropoli, difesa con estrema energia dagli abitanti e dalle truppe bizantine, non solo nel 581, ma anche nel 592, quando i duchi di Benevento e di Spoleto si allearono per poter finalmente impadronirsi della ricca preda.

Questa seconda volta, però, Napoli ebbe un notevole aiuto dal pontefice Gregorio Magno, che non poteva permettere che in Napoli si insediasse gente certamente non favorevole alla Santa Chiesa.

La città fu salva e il vero vincitore della contesa fu, in effetti, il Papa che aveva acquistato prestigio e rispetto per il suo comportamento.

La conseguenza immediata di questa vittoria “politica” fu il prevalere del potere religioso su quello civile e lo strapotere del vescovo che ne approfittò per incrementare la fede ed il culto per San Gennaro in onore del quale venne eretta in quegli anni una grande basilica.

Del maggiore fervore di questo culto si avvantaggiò anche il ricordo di uno dei compagni di martirio del santo, San Sossio, in onore del quale venne eretta un'altra chiesa in Napoli. Una terza fu dedicata a Patrizia, fanciulla della casa imperiale che, secondo una leggenda, disprezzando le lusinghe di corte, la  gloria e gli onori si era rifugiata, pura e santa, nel­l'isoletta di Megaride, dove era morta in assai giovane età.

Molti vescovi, però, tra cui il tristemente famoso Demetrio, sfruttarono male questo enorme accrescimento di potere finendo col mettersi in antagonismo non solo con il lontano imperatore di Costantinopoli, ma anche con il popolo amministrato e con il pontefice dal quale dipendevano. Tanto esasperato divenne questo sentimento che, nei primi anni del settimo secolo, Giovanni Consino si impadronì di ogni forma di potere e si illuse di rendere Napoli indipendente dall'imperatore di Costantinopoli.

L'esarca Eleuterio, però, si impadronì con la forza della città, fece giustiziare il ribelle e ridette la città in potere dell'imperatore d'Oriente.

La ribellione di Giovanni Consino diede, però, l’opportunità al “Basileus”, l'imperatore Costantino II, di decretare che, da quel momento, la città sarebbe stata retta da un duca, nominato direttamente dall'im­peratore, che avrebbe avuto piena autonomia nell'esercizio delle sue funzioni.

Veniva così a prender corpo l'istituzione di questo supremo magistrato cittadino, ancora legato agli ordini di Costantinopoli, ma provvisto di quei poteri dei quali un giorno farà uso per pro­clamare la propria indipendenza.

Napoli riprese la sua vita normale, i traffici fiorirono e, nei conventi, si continuò a custodire gelosamente sapere e cultura, ma questo sbocciare d’iniziative fu improvvisamente arrestato dalla peste che, durante il ducato del decimo duca, Giovanni I, si diffuse in Napoli. Vinti dal panico per la virulenza dell’epidemia, i cittadini lasciarono i cadaveri insepolti e corsero a cercare rifugio nelle vicine isole. Approfittando di tale circostanza, e incurante del morbo, il signore longobardo di Benevento cercò di occupare la città e cominciò con l'espugnare Cuma. In contrasto con l’inerzia bizantina, fu ancora una volta il pontefice a prendere le difese della città. Gregorio II, infatti, esortò l’invasore a non comportarsi da sciacallo e a non tribolare la già tanto provata città accompagnando tale esortazione con minacce dell'ira divina e con larghe offerte di danaro.

In dipendenza di questo comportamento, i napoletani, ancora una volta, si resero conto che la salvezza della città non era più nelle mani del “Basileus” Leone III l'Isaurico, troppo impegnato dalla tempesta dell'iconoclastia, ma nella devozione al pontefice romano.

Gli imperatori bizantini, avvertiti di questo cambiamento d’umore, cercarono di correre ai ripari assicurandosi la fedeltà dei duchi ai quali conferirono la dignità di “ipato”.

Almeno inizialmente, tale manovra parve avere successo tanto è vero che, venuti in lotta il papa ed il “Basileus” per la questione dell'iconoclastia, quando i Napoletani nominarono un vescovo, Paolo, notoriamente devoto al pontefice e contrario all'im­peratore di Costantinopoli, il duca gli impedì, in un primo tempo, di recarsi a Roma per farsi consacrare e quando Paolo riuscì, con un inganno, a raggiungere l'Urbe e ad ottenere la consacrazione, al suo ritorno in Napoli lo relegò nel convento di San Gennaro fuori le mura, pur non ostacolandolo nell'esercizio delle sue funzioni. Ma nel 763 il duca Stefano riconobbe l'autorità del pontefice superiore a quella dell'imperatore; tre anni dopo venne eletto lui vescovo e cominciò a distaccare Napoli dalla dipendenza dell'impero di Costantinopoli, pur continuando a dimostrare una esteriore deferenza verso il lontano imperatore.

Inizialmente si cessò di parlare la lingua greca e dalle monete scomparvero l'effige dell'imperatore ed il suo nome greco, sostituiti dall'effige di San Gennaro e dal suo nome latino, poi, a poco a poco, comparve sulle monete, ed in latino, il nome del duca che cominciò a governare in Napoli, a muovere guerre, a stringere alleanze, a firmare trattati, indipendentemente dagli ordini di Costantinopoli.

Questo processo di emancipazione nei confronti del potere centrale subì un’imprevista frenata per l'attacco indiretto che i nuovi barbari discesi in Italia, i Franchi, portarono alla città dopo aver vinto e sottomesso vari principi longobardi che ne ostacolavano l'avanzata. Né, d'altra parte, poteva il duca di Napoli contare su un'alleanza con detti principi, che si erano, in massima parte, alleati con i bizantini sia per opporsi ai Franchi sia per distruggere, nel contempo, anche l'autonomia del ducato di Napoli.

Tra longobardi e bizantini, in effetti, era stato sancito un accordo che prevedeva di concedere al principe longobardo Arechi la signoria su tutto il Mezzogiorno come rappresentante dell'imperatore di Costantinopoli.

Fortuna volle, per i Napoletani, che que­sto principe, perno centrale di tanto avve­duta combinazione politica, venisse a morte prima che questa potesse essere conclusa. Tuttavia, occultamente, il “Basileus”, i Longobardi, i Franchi, tutti minacciavano l'indipendenza di Napoli, mentre oscure congiure di palazzo culminavano nell'assassinio del duca Andrea II al quale, fortunatamente, i cittadini nominarono a succedergli il conte di Cuma, Ser­gio, che doveva dare alla città un'altra èra di splendore.

Fu, infatti, il duca Sergio a dichiarare apertamente l’indipendenza del piccolo ducato che, diventato ereditario, si apprestò a fronteggiare un altro grave pericolo, proveniente, stavolta, dal mare.

Tale pericolo era costituito dagli arabi, già da tempo insediati in Spagna e in Sicilia, che cominciarono a guardare con interesse e cupidigia quella città diventata industriosa e ricca, principalmente per il fiorire di industrie, prima tra tutte quella del lino.

I duchi na­poletani, avvertito il pericolo, furono costretti  ad unire le proprie forze a quelle di Gaeta, di Amalfi e di Sorrento contro il temuto nemico.

Ebbe inizio un periodo di guerra durante il quale gli arabi, dopo aver occupato Ischia, distrussero il castello di Miseno, saccheggiarono Fondi e Formia, occuparono Ostia e, dopo aver battuto le truppe franche che il papa aveva chiamato a protezione, entrarono in Roma.

Non riuscirono, comunque, ad avere ragione di Napoli e dei Napoletani che si batterono valorosamente e che contrattaccarono guidati dal console Cesario, secondogenito del duca Sergio, che colpì due volte, con le sue, le navi musulmane.

Dopo la seconda, drastica sconfitta, gli Arabi compresero come fosse difficile l’impresa di occupare Napoli, che si dimostrava certamente più agguerrita di Palermo e delle altre grandi città della Sicilia.

I magnifici risultati conseguiti furono però vanificati dai successori del duca Sergio e dei suoi figli Gregorio e Cesario, che si dimostrarono abbastanza sprovveduti sul piano politico.

Uno di loro, Atanasio, vescovo di grande pietà, ma politico di abilità assai scarsa, conquistato dalla fama dei franchi, che andavano riempiendo con le loro gesta l’Italia e l’Europa, pensò fosse cosa saggia allearsi con questa forza emergente.

A seguito di tale alleanza, i Franchi risparmia­rono, nelle loro continue puntate verso il Sud, la città di Napoli, ma fu chiaro a tutti che, prima o poi, l’avrebbero occupata.

Questa prospettiva spinse il duca Sergio Il ad allearsi proprio con quei Saraceni che più da presso lo avevano minacciato, e con più immediato pericolo.

Questa alleanza provocò una fermissima reazione da parte del papa, che scomunicò il protagonista di una politica definita blasfema, e da parte degli stessi familiari del duca che si opposero a questa decisione con tutte le loro forze.

Il duca Sergio II, però, condannò al carcere i suoi nemici, rise della scomunica comminatagli dal papa e trasse anche il si­gnore di Benevento in questa alleanza con gli infedeli.

A questo punto il pontefice, il più minacciato da questo capovolgimento della situazione politica, utilizzò ogni mezzo, lecito ed illecito, per aizzare contro il ribelle Sergio II il fratello Atanasio che riuscì ad avere ragione del germano, lo fece accecare e, così mutilato, lo spedì a Roma.

Giovanni VIII, per nulla indignato da tanta ferocia, si affrettò a ringraziare il Signore per il ritorno di Napoli alla piena fedeltà verso il pontefice romano e definì Atanasio Il suo confratello e consigliere, ma il nuovo duca-vescovo, per nulla intenerito da tali manifestazioni d’affetto e solidarietà, si affrettò a ritornare a una politica filo araba.

Tale decisione non era certamente dovuta ad un capriccio, ma dalla costante minaccia dei signori con­finanti e del “Basileus” di Costantinopoli che tentava in ogni modo di restaurare il predominio bizantino sulla città.

Il duca, quindi, non solo si legò nuovamente con i Saraceni, combinando insieme ottimi affari e persino assistendoli nel traffico degli schiavi, ma chiamando altresì al proprio servizio alcune bande arabe che fece accampare fuori le mura della città, in un campo che per loro fu detto “moricino “.

Il comportamento baldanzoso, spavaldo e provocatorio delle truppe saracene, però, convinse Atanasio della pericolosità di un’intesa con un alleato che si comportava da conquistatore e che, chiaramente, mirava al possesso di Napoli.  Riconosciuto, pertanto, l’errore commesso, il ribelle si affrettò a fare ritorno sotto l’ala del papa Giovanni VIII, si alleò con gli altri meno pericolosi nemici, i Longobardi, ed attaccò i Saraceni, respingendoli.

Qualcuno dei suoi successori, preoccupato dalla politica dell'imperatore d'Oriente, Niceforo Foca, riprese i contatti con gli infedeli, ma Gregorio IV scese chiaramente in lotta contro di loro imponendo la propria autorità.

Nel corso di uno di tali, numerosi, interventi, con una decisione che ancora oggi deprechiamo, fece radere al suolo le costruzioni che dall'alto della collina di Pizzofalcone scendevano fino al mare di Santa Lucia, il così detto “castro luculliano”, perché costruito sui ruderi di quella che era stata la famosa villa di Lucullo dove spesso gli Arabi si erano attestati e partecipò, con grande nu­mero di armati e di navi, alla spedizione che, nel 915, di­strusse la potente base musulmana creata lungo il basso corso del Garigliano.

Ormai la città, capitale del ducato autonomo, si sentiva sicura contro tutti i suoi nemici, interni ed esterni e da Napoli i duchi tentavano anche di espandere il loro dominio.

L’emancipazione totale nei riguardi dell’impero fu evidenziata anche dal fiorire di «scole» di lettori e di cantori ove si imparava la grammatica e dalla ripresa dello studio, fino ad allora trascurato, della lingua latina.

Questa passione per la cultura, in ogni caso, non fece trascurare il potenziamento delle industrie e dei commerci: sui mercati napoletani correvano monete di tutti i luoghi del Mediterraneo e la ricchezza appariva anche nella maggiore accuratezza delle case d'abitazione, nei tanti portici che i duchi avevano costruito nei punti panoramici della città, nelle tante chiese che testimoniavano la costante fede e la munificenza del popolo e dei signori.

Napoli conobbe un periodo di grande prosperità e nessuno poteva allora prevedere che la sua fine sarebbe stata decretata da quei biondi avventurieri venuti dal mare, chiamati Normanni, che i duchi decisero di chiamare al loro servizio.

 

Agorà 20