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San
Lorenzo Maggiore

di Paolo Izzo
La riscoperta dignità
della nostra città ha da tempo restituito alla memoria storica dei
cittadini i luoghi canonici. Il tempo, sia pur breve, trascorso da
quando Napoli ha smesso di essere solo luogo comune, ha ridonato
anche il gusto della scoperta. E’ accaduto come nell’età di
mezzo, quando l’impegno dell’oscuro amanuense - nello
scriptorium di un convento - teso alla riproduzione dei testi
ostracizzati dal potere costituito, ci ha trasmesso quasi tutta la
tradizione che la Grecia ha saputo produrre (come anche il pensiero
di matrice orientale da cui quella mutuava).
Napoli, quella dei
primi colonizzatori, quella della torre Faleria e della Sirena
Partenope è sempre rimasta lì sotto, cullata all’amorosa ombra
di chi non ha dimenticato. Non molti, è vero, ma sufficienti a
rendere conto del loro impegno al risveglio dei nostri sensi. C’è
stato un periodo in cui i napoletani sarebbero stati gli ultimi a
cercare un tour cittadino diverso da quello degli itinerari
tardoromantici e novecenteschi, con buona pace dei Colletta, dei
Capasso, dei Croce e di tanti altri. Ora, e da tanto, il giro per
Napoli è quello dei tre principali Decumani e dei Cardini che
tracciano ancora oggi, nel tessuto urbano conteso tra il tardo
rinascimentale ed il barocco, i parametri tipici della polis greca.
E così è iniziato il
Maggio di Monumenti; così dopo tremila anni le latomie e gli strati
della città già emersi negli scavi per le fondamenta delle antiche
chiese sono rientrati nel comune patrimonio della nostra cultura.
Proprio al centro della realtà urbanistica di Napoli, quella che
oggi appare l’angusta Piazza San Gaetano può raccontarci la
storia più completa ed affascinante della città. E’ questo anche
il punto d’inizio per l’esplorazione delle vestigia ctonie -
come chiunque ormai sa - che sottostanno alle fabbriche di San Paolo
Maggiore e di San Lorenzo. Su San Paolo, non intendiamo qui
soffermarci, se non per una breve nota. Ad esempio è stata
costruita in parte con materiale di recupero dell’antico tempio
dei dioscuri e sulle vestigia di quello. Le due colonne
dell’originario tempio sono ora in mostra sul sagrato della
fabbrica cristiana, dopo essere rimaste per lunghi secoli annegate
nello spessore murario della facciata.
E’ San Lorenzo,
invece, che ha qui la nostra principale attenzione. Sorge nel fulcro
riconosciuto della città murata, intendendo con ciò l’enclave
dalle origini fino alla caduta della dinastia aragonese, alla quale
si deve la costruzione dell’ultima e più esterna delle cinte
murarie della città. Quello che qui intendiamo percorrere, non è
un itinerario turistico. Non solo. Esistono ben più autorevoli
guide di quanto questa non possa aspirare a diventare. Quello che
piuttosto ci attira, è indagare ciò che con un ossimoro potremmo
definire ‘la profana sacralità del luogo’, poiché la storia,
qui, ha iniziato ad essere scritta ben prima che il Cristianesimo
vedesse i suoi albori sull’altro versante del Mare Nostrum. E’
la ricerca - per forza di cose sommaria e frammentaria - delle
decisioni, degli accadimenti, delle lotte cruente e delle
ispirazioni letterarie di cui il Luogo è stato muto testimone
nell’arco dei secoli. Quel che cerchiamo è, insomma, traccia
della gente che qui è trascorsa, ha lottato, ha riso e pianto,
amato ed odiato. Cerchiamo, in definitiva, la traccia della vita.
Possiamo, con un
piccolo sforzo di fantasia immaginare di calcare con i nostri piedi
i conci basaltici della piazza? Bene, eccoci pronti a recitare la
nostra umile parte di turisti del tempo. Qui, precisamente sotto di
noi, per circa tremila anni, ha pulsato il cuore della nostra città.
Ci troviamo infatti proprio nel punto di incrocio tra il Decumano ed
il cardine principali della polis greca. In tale punto - si sa - si
svolgevano le principali attività: quella politica, quella
dell'amministrazione della giustizia, quella del commercio. Proprio
qui, sotto i nostri piedi, si trova l'antica agorà. E' normale che,
in una struttura sorta in tal posizione, si sia continuato
tradizionalmente a svolgere tali attività anche a notevole distanza
di tempo dalla originaria deputazione. In questo luogo si sono
decise le sorti della città almeno fino alla Repubblica Partenopea
del 1799, quando il generale Championnet ne acquartierò proprio in
S. Lorenzo i governanti. Sulla facciata della torre campanaria,
fanno bella mostra di sé i vessilli in terracotta degli antichi
organi rappresentativi della città che in quella sede lavorarono: i
sedili del popolo. Nel 1647, Masaniello, dopo aver espugnato il
deposito armi fino ad allora di stanza in S. Lorenzo, si affacciò
al balcone della torre campanaria mostrando le chiavi della sede
governativa di Napoli, e promettendo al popolo che di lì a pochi
giorni avrebbe mostrato quelle della città.
Al centro di tale
storia, almeno negli ultimi millequattrocento anni, troviamo dunque
costantemente la chiesa di San Lorenzo. Non ovviamente come la
vedete in questo momento. Documenti confermanti l'esistenza di una
basilica paleocristiana in questo luogo, dedicata al santo, li
troviamo fin dal sesto secolo dell'Era Cristiana (fu fatta
probabilmente costruire verso il 550 dal vescovo Giovanni II, detto
Il Mediocre), poi nel X secolo (935). In principio sotto la
dipendenza di Aversa, fu resa ai napoletani dall’arcivescovo di
quella città, Giovanni, nell'anno 1234. Secondo B. Capasso, che
individua la chiesa come "S. Laurentii in platea Augustali"
per distinguerla dalle altre dedicate allo stesso Santo, la
restituzione avvenne nel 1125. Primi timidi interventi vengono
effettuati in epoca Sveva: ne serbiamo traccia nei pressi del
chiostro, al lato della sala capitolare, dove l'atrio del convento
mostra chiari caratteri architettonici di quel periodo. La reale
nascita della struttura, come la vediamo ora, è però
essenzialmente dovuta al sentimento mistico ed al mecenatismo della
casa d'Anjou. A partire da Carlo I (con piccole battute d'arresto
legate ai Vespri Siciliani del 1282, e del periodo di prigionia che
patì il figlio del sovrano tra il 1284 e il 1288, ad opera degli
Aragonesi), continuando con Carlo II, detto lo Zoppo, e poi con
Roberto, fratello minore di Carlo Martello, a lui premorto. La
storia della basilica di S. Lorenzo, da questo punto in poi, si
intreccia con innumerevoli nomi di illustri regnanti, prelati,
uomini di scienze, patrioti, politici e nobili a cui la città dovrà
essere grata per averne ricevuto in eredità questo gioiello. Nulla
di più. Non sembra questa, infatti, un'occasione adatta per
dilungarci.
E' invece importante
capire come è nata la basilica. Siamo probabilmente al cospetto di
una tra le più sorprendenti testimonianze del gotico in sud Italia.
Il fatto che committente fosse il giovane ordine francescano, ha
permesso in questa fabbrica un’interessantissima commistione di
tendenze architettoniche. Troviamo sicuramente la mano di architetti
francesi nella progettazione dell'abside, mentre sono di chiara
impostazione italiana il transetto e la navata. Per comprendere il
perché, occorre tenere presenti le direttive stabilite nel capitolo
generale dell'ordine francescano tenuto a Narbonne nel 1216. La
pregevole opera del Fino ne riporta alcuni articoli salienti: "
... Le chiese non devono essere voltate, se non al di sopra
dell'altare maggiore. ...L'ornamentazione troppo vistosa e troppo
lussuosa contraddice la povertà, e noi ordiniamo che si eviti di
trasformare le chiese in edifici di curiosità pubblica, sia per le
pitture di ornamento delle finestre vetrate, per le colonne, come
per le dimensioni troppo grandi. ... In nessuna parte si dovranno
fare delle finestre colorate ed ornate di figure, ad eccezione della
finestra principale dietro l'altare maggiore. ... E' proibito porre
sull'altare o altrove, dei quadri di valore e curiosità. ... Si
dovranno togliere dalle chiese tutti gli accessorii, crocifissi,
vasi ed altri utensili d'oro. ... E così via". La ricca
struttura absidale, porta senz'altro la firma degli architetti
francesi, tra cui Pietro di Angicourt, Giovanni di Toul e Pietro di
Chaulnes.
Ciò è sicuro perché,
proprio in quegli anni, tali personaggi erano a Napoli impegnati
nella costruzione di Castelnuovo, il cui committente, Carlo I d'Angiò,
non dimentichiamo che era anche il finanziatore per la costruzione
della basilica di S. Lorenzo (in teoria, questo lo si potrebbe anche
intendere come una sorta di risarcimento, visto che i francescani
avevano dovuto rinunziare al loro precedente insediamento, il
convento di S. Maria ad Palatium, che dovette essere abbattuta per
lasciare spazio appunto al Castelnuovo). Transetto e navata che,
come abbiamo visto, essendo ad utilizzo degli uomini dovevano essere
strutturati in modo tale da non distogliere l'attenzione dal mistero
celebrato sull'altare, hanno registrato l'intervento di alte
personalità dell'arte italiana dell'epoca. Arnolfo di Cambio,
secondo alcuni, avrebbe curato tale lavoro. E poi Nicola e Giovanni
Pisano, Antonio Baboccio, Tino di Camaino, Giovanni da Nola. In
epoca più recente, anche Cosimo Fanzago lasciò traccia del suo
ingegno in San Lorenzo. Molte di queste attribuzioni, tra gli
studiosi, sembrano però non essere realmente pacifiche (Fino, pg.
20).
Quello che importa è
che, la rivoluzione architettonica dettata a Narbonne, ha sconvolto
la concezione con cui era stata costruita la precedente basilica
paleocristiana, a tre navate. Sul pavimento, sotto i Vs. piedi,
potete vedere dei listelli di ottone che individuano le colonne ed
il perimetro del precedente corpo di fabbrica, che si estendeva per
24 mt. di lunghezza. La larghezza, era pressoché pari a quella
attuale (60 cm in meno), ma ripartita su tre navate anziché una (10
mt. per la navata centrale e 4 per ciascuna delle laterali). Aveva
un'abside di 4,5 mt di diametro. E' curioso rilevare come si
preferisse in genere iniziare la costruzione di una chiesa proprio
dall'abside, in modo che da subito si potesse avere a disposizione
l'area sacra da utilizzare per lo svolgimento dei rituali cattolici
fin da prima che il manufatto venisse ultimato. Forse proprio per
questo motivo ed in questo luogo rigorosamente circoscritto, i
costruttori di cattedrali gotiche iniziavano, svolgevano e
chiudevano ogni giorno di lavoro con precisi rituali sospesi tra
sacrale e propiziatorio. Sarebbe interessante anche qui, come nelle
chiese gotiche francesi, rintracciare i simboli, vere e proprie
"firme", che i lapicidi ed i cavatori di pietra solevano
lasciare sulle pietre da loro lavorate, al fine di essere
retribuiti, a fine giornata, in proporzione al lavoro da loro
realmente effettuato.
Attorno al fulcro di
San Lorenzo Maggiore, gravitano anche, e questo è forse l'aspetto
più godibile, piccole storie di vita quotidiana, talvolta
tramandateci per aver coinvolto grandi personaggi. E' qui che il
giorno di sabato santo del 1336 è esploso l'amore di Giovanni
Boccaccio per Maria d'Aquino, l'immortale Fiammetta del Filocopo, ed
è qui che, poco più tardi, l'amante tradito darà sfogo al suo
dolore. E' ancora qui che Francesco Petrarca visse con tutti i
napoletani, nella terribile notte del 1343 ricordata in una sua
lettera a Giovanni Colonna (contenuta nel libro V delle
"Epistole Latine", e dal titolo: "Francisci Petrarcae
ad Ioannem Columnae tempestatem quam apud Neapolim omnium
ingentissimam viderat exponentis"), il cataclisma che sconvolse
la città. "Compatior tibi mea nobilis Parthenope. Te enim puto
ruituram ad septimum Kalend. Decemb.", cioè: "Ti ho
compassione, mia nobile e bella Partenope, per ciò che mi penso che
abbi a ruinare alli 27 di Novembre, nell'anno millesimo trecentesimo
quadrigesimo terzo" (Di Falco, op. cit.). L'accadimento era
stato profetizzato da un eremita predicatore, e proprio a seguito di
questa profezia il Poeta aveva cercato rifugio in San Lorenzo. Si
tratta, probabilmente, di quella stessa tempesta che la Cronaca di
Partenope individua con data però discordante: "In li
vinticinque de novembro de la duodecima indizione, lo dì de martedì,
in-de-la festa di S. Caterina, venne una grande tempestate di aiero
e di mare, tanto grande per la divina permissione per tutto lo dì,
acomenzando dalla notte passata, che guastao multi edifici che
stavano appresso lo mare in-de-la città di Napoli e guastao una
gran parte de lo molo Grande e de lo Picculo, e perero in-de-lo Molo
Grande e Picculo multi navilii, in numero di cinquanta, con multe
marcatanzie di gran valore".
L'aneddotica riporta
che, dopo qualche anno da quest'evento, un predicatore in S.
Lorenzo, tale frà Bonaventura, predisse un evento simile. Memore
dei gravi danni riportati dalla città in quel frangente, "...il
Duca d'Adri ... per paura fè fare una cassa di legname come fù
l'Arca di Noé et andò a stare sopra Caserta, dove stette
quietamente, non avendo avuto luogo la profezia del monaco troppo
parlante". E poi ancora: "...un frate David, destatosi
all'ore mattutine, con tutti li frati e con le sante reliquie nelle
mani e con lungo pianto, dall'altra banda la regina con tutte le
donne a piedi nudi, per la città scapillate con lagrimevoli voci,
gridando placavano l'ire di Dio". (Di Falco, cit. pg 41).
Ulteriori riferimenti
letterarii li troviamo nel Novellino di Masuccio Salernitano che,
nella novella di Jeronimo di Vitavolo accenna al pulpito che ancora
oggi vediamo in San Lorenzo.
Fino al XVI secolo, al
soffitto in corrispondenza della controparete interna dell'ingresso,
era sospeso il cocchio dorato su cui Alfonso I D'Aragona fece il suo
ingresso trionfale nella città il giorno 26 febbraio 1443 (lo
stesso carro visibile sul rilievo marmoreo dell'arco di trionfo di
Castelnuovo).
La notte della
Basilica fu lunga. Ripetuti terremoti ed incendii la "Posero in
gran ruina". Il rifacimento della facciata ad opera di
Ferdinando Sanfelice (XVIII sec.), conseguente al crollo di quella
originale, ne costituisce testimonianza, oltre il perimento di molti
reali sepolcri angioini e durazzeschi. San Lorenzo, fu anche polo di
cultura religiosa per la città, creato in contrapposizione a quello
laico voluto da Federico II nel 1224 con la creazione dell'Università.
Fu in oltre sede, fino ai primi decenni del XVIII secolo, delle
accademie letterario-filosofiche degli Infuriati (1617), e degli
Oscuri (1679). Quivi trovarono sepoltura, in una cappella di cui
resta ormai solo una lapide, anche le spoglie di Giovambattista
della Porta.
Contribuirono infine
al decadimento, le leggi Napoleoniche del 1808 sulla
secolarizzazione dei beni ecclesiastici e quelle emanate nel 1866 a
seguito dell'Unità d'Italia. Dopo difficili ed interminabili
restauri, negli anni '50 del nostro secolo la chiesa fu
definitivamente restituita alla città ed al culto, come la vediamo
oggi: con i martoriati resti di un mai morto splendore, ma sanata
dalla follia riformatrice che, dall'epoca barocca in poi, ci ha
privato dei tanti patrimonii culturali più risalenti.
Ci fermeremo qui. In
fondo abbiamo passato insieme questi ultimi tremila anni in uno
spazio di poche centinaia di metri quadrati, e spero senza la noia
dei più. Se la curiosità ci assiste, saremo capaci di ben altro!
Bibliografia
essenziale:
- Altamura Antonio:
Cronaca di Partenope. S.E.N., Napoli 1974;
- Aspreno Galante
Gennaro: Guida Sacra della città di Napoli. Stamperia del Fibreno,
Na., 1872;
- Capasso Bartolommeo:
Topografia della città di Napoli nell'XI secolo. Napoli, 1895;
- De Lutio di
Castelguidone Luigi: I Sedili di Napoli. Morano ed., 1973;
- Di Falco Benedetto:
Descrittione dei luoghi antiqui di Napoli e del suo amenissimo
distretto. Napoli, Libreria Scientifica Ed., 1972;
- Fino Lucio: Arte e
Storia di Napoli in S. Lorenzo Maggiore. Napoli, Laurenziana, 1987;
- Fragliassi Aurelia:
Guida storica di Castelnuovo. Tip. Manzoni & De Lucia. Napoli,
1928;
- Middione Roberto:
San Lorenzo Maggiore. Ed. Eidos, Napoli 1996;
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