CINQUANTA ANNI DALLA MORTE DI CROCE

L’ultima mattina di don Benedetto

 

di Renato Caserta 

Le commemora­zioni per il cinquantenario della scomparsa di Benedetto Croce si sono aperte con la celebrazione in Campidoglio, presente il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi; e con il convegno napoletano presieduto da Amelia Cortese Ardias presso l'Istituto di Studi Filosofici (organizzati, rispettivamente, dalla Fondazione Luigi Einaudi e dalla Fondazione Guido e Roberto Cortese). Molto significativa anche una iniziativa del Museo Centrale del Risorgimento: al Vittoriano, nel quadro della sistemazione del complesso monumentale sollecitata dal presidente Ciampi, in vasti locali ristrutturati sono state allestite quattro mostre (aperte dal 2 Giugno al 2 Agosto). Una – intitolata “Un ricordo di Benedetto Croce” ha presentato edizioni rare e manoscritti del filosofo oltre a foto e documentari dell’Istituto LUCE.

Nei vari interventi che nel corso del 2002 si registrano sulla stampa e in manifestazioni culturali, illustri studiosi hanno variamente sottolineato la figura del filosofo, dello storico, del politico.

Napoliontheroad, nell’intento di apportare un proprio contributo, ha chiesto a Renato Caserta, prestigioso collaboratore della nostra testata, la sua testimonianza diretta. Possiamo così presentare un documento speciale, in cui “don” Benedetto, come familiarmente veniva chiamato dagli amici e dalla gente, viene descritto da Caserta, che è uno studioso e anche un famoso giornalista, nel suo più alto momento spirituale ed umano.

Ai nostri Lettori, per la penna di un cronista commosso, il racconto dell’ultima giornata del pensatore napoletano. Ecco come si spense l’uomo che continua ad illuminare la cultura europea con l’ideale della libertà.

 

Mi toccò in sorte, cinquant'anni fa, giovanissimo, di seguire con angoscia le ultime ore della vita di Benedetto Croce. Un "privilegio" concessomi, col compianto amico Raffaello Franchini, per essere stati tra i primi allievi dell'Istituto per gli Studi Storici creato dal Croce ed essere redattori del Giornale che nel 1944 era stato fondato proprio in casa Croce e si richiamava al pensiero liberale del filosofo. 

Ero stato nello studio del filosofo due o tre volte, latore di messaggi politici del suo più fedele di­scepolo, Alfredo Parente, al quale ero legato da profonda amicizia; e, per Il Giornale diretto dallo storico Carlo Zaghi, ero stato incaricato di seguire le fasi della malattia che avrebbe portato alla morte il filosofo, "schiacciato - come disse la consorte Adele - tra medicine e lavoro". Ho ritrovato tra le mie carte gli ap­punti che avevo preso in quei giorni, con dettagli che mi sembra opportuno ricordare come documenta­zione dell'ultima fase di una vita vissuta nella "religione della libertà". 

La forte fibra del senatore aveva avuto, nel '50, una prima scossa: un disturbo circolatorio gli aveva limitato l’uso delle braccia; dopo breve tempo, però, si era ristabilito sottoponendosi, a 84 anni, a pazienti, graduali esercizi degli arti. A furia di tenace volontà riprese in pieno l'uso delle mani e le sue quotidiane attività di studioso dettando alla devota figliola Alda alcune delle sue più alte pagine di ispira­zioni morale, riprendendo la pubblicazione dei Quaderni della Critica, collaborando a vari giornali e riviste, preparando nuove interpretazioni del pensiero hegeliano. 



Il Soliloquio
Il 25 febbraio del 1951, celebrando il suo 85° compleanno, il Croce affidò a Il Giornale, un suo "Soliloquio" (pubblicato poi anche sull'ultimo fascicolo dei Quaderni della Critica) in cui esprimeva con stupenda serenità meditazioni sulla morte. 

Sentiva che la vita stava per lasciarlo, ma scriveva: «Malinconica e triste che possa sembrare la morte, sono troppo filosofo per non vedere chiaramente che il terribile sarebbe se l'uomo non potesse mo­rire mai, chiuso nella carcere che è la vita (...)». Ripresosi pienamente dall'attacco di ipertensione che lo aveva colpito nel 1950, aveva trascorso un periodo a Sorrento, poi era tornato a Napoli dove nel '52 la bronchite cronica dalla quale era affetto da tempo aveva avuto una recrudescenza. 

Tra gli amici recatisi a fargli visita in quei giorni c’è il direttore deI Giornale Carlo Zaghi, che qualche tempo fa mi parlava di questi incontri: «Quando Croce si ammalò - diceva Zaghi - lo andai spesso a trovare. Una volta, l'ultima, portai con me il famoso grecista Manara Valgimigli. Ne fu contento. Prima di lasciarlo mi disse, con un filo di voce: 'Zaghi, non dimentichi Rimbaud' il grande poeta francese (al quale avevo dedicato i miei studi molti anni primi). 'Rimbaud, Rimbaud!' balbettò, e chiuse la bocca. Il giorno dopo, morì. Grande, eccezionale figura. L'ho sempre nel cuore». 

La mattina del 20 novembre Croce, come ogni giorno, era stato condotto nella poltrona secondo una consuetudine alla quale non aveva voluto rinunciare: forse era un modo di sentirsi ancora più legato alla vita, al suo mondo. Su quella poltrona il Maestro riceveva i medici curanti professori Bossa e Mercu­rio e il dottor Giordano, gli amici personali, qualche discepolo a lui più vicino. Nonostante il riapparire della febbre. Croce, che alla poca simpatia per i termosifoni accomunava quella per le vesti da camera, aveva indossato gli abiti che solitamente portava in casa e, ravvolto in una coperta, si era accinto alla nuova giornata consumando la solita frugale colazione. Intorno a lui erano la moglie, le figlie, il professor Beniamino Rosati, suo vecchio amico, e il dottor Giordano, che in tutti quei giorni gli era stato costante­mente vicino. L'ammalato, sebbene contrariato dalla notizia dell'insorgere della febbre e della ripresa del­l'insufficienza cardiorenale, continuava a mantenersi sereno. 



Un sorriso
Allo storico prof. Federico Chabod, direttore dell'Istituto per gli Studi Storici, che come sempre verso le 10.30 era giunto in casa Croce a chiedere notizie sulla salute di "Don Benedetto", il filosofo aveva sorriso, gli aveva stretto la mano con calore, quasi con forza, mentre i suoi occhi un po' appannati si rifacevano vivi e svegli come per un ritorno improvviso di lucidità, aveva accennato a voler parlare. Ma subito gli sguardi dei presenti avevano avvertito che un’altra crisi s’avvicinava. Nella stanza si trovava anche la vedova di Michelangelo Schipa, il grande storico meridionale, la quale in quei giorni aveva amo­revolmente assistito l'infermo. Rosati notò che il volto di Croce aveva assunto improvvisamente un pal­lore cianotico, aveva perduto la conoscenza, il petto si sollevava affannosamente nello sforzo di respirare. I sanitari si rendevano conto della gravità del momento e nel riportarlo dalla poltrona al letto impegna­vano un'ultima battaglia. Giordano gli fece due iniezioni di Simpatol mentre Rosati gli praticava la respi­razione artificiale. Ma ogni sforzo risultava inutile. Alle 10.45 Benedetto Croce spirò. 

La salma del filosofo veniva rivestita di bianchi lini e composta su un lettuccio nella piccola sala della biblioteca che raccoglie i volumi di classici latini e greci, nonché una collezioncina di libri del Sei­cento, particolarmente cara al Maestro che di essa si era servito per il suo studio sul Barocco del '600. 



Giornali-radio
La notizia si diffuse immediatamente. Il Giornale radio delle 13.00 annunciò la scomparsa di Croce, "un trapasso quasi improvviso e senza sofferenze". Particolari furono dati alle 15.00, ancora alle 18.00 altre notizie. 

Alle 20.00, l'annunciatore legge il primo capoverso del "Soliloquio": parole serene con una punta d'ironia:

«Qualche volta agli amici che mi rivolgono una consueta domanda: - come state? - rispondo con le parole che Salvatore di Giacomo udì dal vecchio duca di Maddaloni, il famoso epigrammista napole­tano, quando in una delle sue ultime visite lo trovò che si scaldava al sole e gli rispose in dialetto: - Non lo vedi? Sto morendo -. Ma non è già un lamento che mi esca dal petto, ed è invece una delle solite remi­niscenze di aneddoti letterari che mi tornano curiosamente alla memoria e mi rallegrano».

Nel giornale radio delle 20.30 fu letto tutto il "Soliloquio", tralasciando però l'ultimo periodo che accennava alla prepa­razione alla morte.

Il testo omesso - ci è sembrato importante recuperarlo, a beneficio di chi ne avesse curiosità - era il seguente:

«Vero è che questa preparazione della morte è intesa da taluni come un necessario raccoglimento della nostra anima in Dio; ma anche qui occorre osservare che con Dio siamo e dobbiamo essere a contatto in tutta la vita e niente di straordinario ora accade che ci imponga una pratica inconsueta. Le anime pie di solito non la pensano così e si affannano a propiziarsi Dio con una serie di atti che dovrebbero correggere l'ordinario egoismo della loro vita precedente e che invece sono l'espressione ultima di questo egoismo».

Come è stato osservato, evidentemente i redattori radiofonici si preoccupavano degli ascol­tatori cattolici dinanzi a questa frase sull'”egoismo della salvezza”. 

Una valanga di telegrammi giungeva da ogni parte del mondo, inviati soprattutto dai maggiori studiosi e da personalità di ogni ramo del sapere. 



Semplicità
Il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, si precipitò da Roma e fu, degli estranei alla fami­glia, l'ultimo che salutò la salma che era stata già composta nella bara. Una bara di noce chiaro, massiccio; sul coperchio una piccola croce anch'essa in legno, e una targa in metallo bianco con incise le parole "Sena­tore Benedetto Croce, 20 novembre 1952". 

La famiglia aveva respinto l'offerta dei funerali di Stato, prefe­rendo che si svolgessero in forma privatissima, tuttavia una folla enorme si diresse verso il Palazzo Filoma­rino: tra i primi nomi segnati sul registro si leggeva quello di Giovanni Leone, allora vicepresidente della Camera, che firmava anche a nome del presidente Gronchi. Quel giorno, le scuole furono chiuse in segno di lutto. 

Alla regola generale per cui tutti i visitatori erano fermati davanti alla porta di casa Croce, a partire dal pomeriggio del giorno della scomparsa, una sola eccezione fu fatta per i giovani allievi dell'Istituto degli Studi Storici, i quali a turno avevano vegliato la salma per tutta la notte accanto ai familiari del filosofo: alla vedova, la si­gnora Adele, colpita da un attacco d’influenza, era stato imposto di mettersi a letto. 



De Gasperi assente
La mattina delle esequie l'anticamera di casa Croce si affollta soprattutto di personalità della cul­tura e dell’arte giunte da tutta Italia. Con Alfredo Parente sono Raimondo Craveri, genero di Croce, e Giovanni Pugliese Carratelli, l'editore Franco Laterza, Riccardo Bacchelli, Francesco Flora, Raffaele Mattioli, Federico Chabod con la moglie, Riccardo Ricciardi (che l’anno dopo pubblicò in opuscolo il testo del "Soliloquio" in duecento esemplari). Luigi Russo, Carlo Muscetta, Manlio Ciardo, Mario Sansone, il conte Alessandro Casati con la consorte, l’ambasciatore Niccolò Carandini, Vittorio Enzo Alfieri, Carlo Antoni; tra i politici, Giuseppe Saragat, Fer­ruccio Parri, Pietro Nenni. Con i maggiori leader liberali (tra cui il Segretario Nazionale Bruno Villa Bruno e i Vice Segretari Guido Cortese e Giuseppe Russo) e tutti gli esponenti napoletani del PLI, tra i quali Mario Florio, Renato Urga, i Nicolini, parteciparono al corteo il sindaco della città, Achille Lauro, e tutti i ministri del governo in carica (ma non il presidente De Gasperi, come mi ha ricordato polemicamente, di recente, Carlo Zaghi). 

I funerali si svolsero sotto la pioggia ed un corteo immenso seguì il feretro. Al Museo Nazionale si mostrò in tutta la sua ampiezza, diventò fiumana di gente, discesero dai marciapiedi a mescolarsi anche coloro che avevano pensato in principio di fare soltanto la parte degli spettatori. Il popolo aveva inteso, non saprei dire per quali misteriose vie, che si chiudeva una data nella storia d'Italia. Non suonarono le campane, neppure quelle di Santa Chiara che gli era come una voce amica, ma un bambino da una finestra di fronte al Palazzo Filomarino al passare del feretro si fece il segno della croce. 

Il padre barnabita Vincenzo Cilento (valente studioso di Plotino), grande amico del filosofo laico, che aveva vegliato la salma tutta la notte, certamente avrà fatto con la mano destra un segno di be­nedizione.